
Come spesso accade nel mondo dei distillati, anche il Bourbon ha una storia le cui origini affondano nel mito, sebbene universalmente si possa dire che il suo luogo di nascita è il Kentucky, dove nel 1774 ebbe inizio la produzione.
Dopo la metà del XVIII secolo i coloni scozzesi, irlandesi e probabilmente anche inglesi e gallesi, che si trovavano nella regione del Kentucky, iniziarono a coltivare e distillare, cercando di replicare le acqueviti che producevano nei loro paesi d’origine.
Non esiste un inventore ufficiale del Bourbon, sebbene molte fonti ne attribuiscano la paternità al reverendo Elijah Craig, che come moltissime persone dell’epoca produceva in casa il proprio distillato.
Narra la leggenda che un incendio scoppiato accidentalmente avesse bruciato le botti di legno nelle quali conservava la sua acquavite casalinga; per non buttare via nulla Craig fece comunque un esperimento, scoprendo che le botti carbonizzate davano un sapore inedito e straordinario al liquido conservato.
Un’altra versione racconta che il reverendo abbia carbonizzato alcune botti in cui conservava il pesce per togliere il tipico odore rancido, e utilizzarle poi per conservare l’acquavite.
Più prosaicamente, qualche studioso ha ipotizzato che, non trovandosi la torba negli Stati Uniti, i distillatori abbiano cercato altri sistemi per riprodurre un’affumicatura simile.
Non c’è accordo unanime nemmeno per il nome: l’ipotesi più accreditata è che, alla fine della Guerra d’Indipendenza dalla Gran Bretagna, vinta anche grazie all’esercito francese, si sia deciso di omaggiare la Francia dando alla versione locale di whiskey un nome preso dalla famiglia reale dei Borboni. Proprio loro erano detentori dei principali stati del sud, e diedero anche il nome alla Bourbon County. Secondo lo storico Michael Veach, invece, il nome deriverebbe dalla Bourbon Street di New Orleans, dal cui porto venivano vendute le spedizioni di whiskey del Kentucky, acclamato come alternativa economica al cognac francese.
Il Bourbon può essere legalmente distillato in tutti gli Stati Uniti, ma la sua produzione avviene in sei stati: California, Illinois, Pennsylvania, Indiana, Georgia e soprattutto il Kentucky, dove storicamente si concentra la stragrande maggioranza delle distillerie dedicate – addirittura il 95%.

Cereali, acqua e lievito: questi i tre ingredienti base con i quali si producono whisky e whiskey, con delle differenze piuttosto rilevanti.
Nel Bourbon si impiega il mashbill, una miscela di cereali sempre diversa a seconda delle distillerie e delle referenze, in cui però almeno il 51% dev’essere mais, che apporta dolcezza. Il resto di solito è segale – per le note speziate - o frumento – per l’acidità, con il 10% circa di malto d’orzo, necessario per convertire gli amidi in zuccheri.
Un tipico mashbill, per esempio, può essere 75% mais, 18% segale, 7% malto.
L’acqua del Kentucky, molto abbondante, ha origini calcaree ed è ottima per la fermentazione.
Il lievito utilizzato è quasi sempre un ceppo selezionato dai primi distillatori, che viene propagato direttamente e in gran parte conservato in luogo refrigerato.

Dopo macinatura e ammostamento ha luogo la fermentazione, in cui il mosto di cereali ottenuto viene pompato nei tini senza filtraggio, con aggiunta dei lieviti.
Nel Bourbon si utilizza la tecnica antica del sour-mash: si aggiunge cioè al mosto e al lievito il set-back o backset, ottenuto dalle componenti di scarto delle produzioni distillazioni precedenti. Questo dona una difesa naturale contro i batteri e garantisce stabilità e complessità. Questa tecnica è utile soprattutto nelle zone dal clima più caldo – in Scozia per esempio non ce n’è bisogno.
La distillazione effettuata è normalmente doppia: la prima volta in una colonna beer still, la seconda in un pot still doubler. Secondo il disciplinare del Bourbon, il new make così prodotto non può superare i 160 proof di gradazione (80% ABV).

Il disciplinare stabilisce anche che il distillato debba essere affinato in una botte di rovere vergine carbonizzata – che può quindi essere utilizzata solo una volta, e che poi normalmente viene spedita in Scozia per nuovi utilizzi.
L’imbottamento deve avvenire alla gradazione massima di 125 proof (62,5% ABV).
L’imbottigliamento deve avvenire ad almeno 80 proof (40% ABV), è vietata l’aggiunta di caramello e di solito si effettua la filtrazione a freddo.
Nel disciplinare per la produzione del Bourbon non è segnato un periodo minimo di maturazione, per cui in teoria è possibile imbottigliare già dopo una notte in botte, anche se di solito tutti i Bourbon principali affinano tra i 4 e i 7 anni. In Europa, invece, per essere chiamato tale un Bourbon deve essere stato invecchiato almeno 3 anni.
Leggermente diverso il discorso per lo Straight Bourbon Whiskey: nel suo caso l’invecchiamento previsto è di almeno 2 anni.
Alcuni grandi distillati, inoltre, vanno incontro a una maturazione che può raggiungere i 10 anni o più: sono gli Ultra Aged Bourbon.

Accanto ai produttori storici, negli ultimi 20 anni gli Stati Uniti hanno vissuto un vero boom delle craft distilleries che producono Bourbon: attualmente si stima che siano presenti ben 2400 microdistillerie attive.

I distillati presentano percentuali diverse di alcol. Partendo da questo presupposto abbiamo definito un parametro che vi permetterà di comparare meglio i diversi prezzi. Il parametro viene calcolato dividendo il prezzo della bottiglia per la gradazione alcolica. La gradazione alcolica (o titolo alcolometrico) è la quantità di alcol puro (etanolo) contenuto nella bevanda alcolica.
Con questo parametro indichiamo il prezzo di una singola dose (abbondante) di distillato pari a 4 cl. La si calcola dividendo il prezzo della bottiglia per la sua quantità (espressa in cl), quindi si moltiplica per i centilitri della singola dose consigliata.